Paolo Genovese ha trovato di cattivo gusto il tribunale mediatico destinato allo scaldalo molestie.

In qualità di regista il 51enne romano ha vissuto con sentimenti contrastanti le giornate clou destinate alla nascita di movimenti come #MeToo, dove tutti hanno puntato il dito contro tutti, scavando nel passato e recuperando ricordi mai sopiti.

'Sono rimasto contrariato dalla gestione mediatica del tutto. L’abuso sessuale – nello spettacolo, così come negli ospedali e ovunque ci sia il ricatto di uno squilibrio di poteri – è un reato troppo grave per farsi gossip', commenta Paolo Genovese a Vanity Fair.

'Giusto accendere una luce sul problema, scoperchiarlo. Ma poi nel rispetto di chi accusa e di chi è accusato bisogna avere il buongusto di fermarsi un attimo prima del circo irritante, del baraccone insopportabile, della deriva scandalistica, del voyeurismo che toglie forza alla gravità. Abbiamo perso il centro, così'.

Nella vita Genovese si ritiene un uomo 'particolarmente fortunato': destinato ad una carriera nel campo dell’economia il regista ha ribaltato la propria vita per seguire i propri sogni, e li ha afferrati.

'Chi fa un lavoro che gli consente di non relegare una passione a un hobby non può lamentarsi, essere preso da nevrosi o frustrazioni. Non se ne ha diritto. A volte mi incazzo per niente, per una proiezione spostata dalla domenica al lunedì al Festival di Belgrado. Poi mi guardo allo specchio: “Ma sei serio?”'.

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